Il sangue ci rende parenti, ma la lealtà ci trasforma in famiglia

27 Gennaio 2020 in Psicologia

Dal momento in cui veniamo al mondo, la nostra vita si unisce a quella di persone con le quali condividiamo sangue, geni. Una famiglia che ci renderà parte del loro mondo, ci forgerà secondo determinati modelli educativi e cercherà di inculcarci determinati valori, più o meno giusti.

Tutti hanno una famiglia, e averla è davvero semplice. Ciononostante, essere parte di una famiglia, sapere come costruirla, come alimentare ogni giorno i vincoli per renderla ancora più unita, è tutto un altro discorso.

Madri, padri, fratelli, zii, cugini… A volte nuclei ancora più grandi e composti da membri che, ad un certo punto, smettiamo di vedere e di frequentare: bisogna sentirsi colpevoli di ciò?

Spesso si sente un obbligo “morale” ad andare d’accordo con quel cugino con cui non condividiamo alcun interesse, o peggio ancora, che non ci piace affatto. Certo, il sangue ci unisce, ma la vita no: allontanarci da loro non è sbagliato e non deve causare alcun trauma.

E quando si parla di genitori o fratelli? Spesso si tende a pensare che i figli debbano avere gli stessi valori dei genitori, condividere le stesse ideologie e avere un comportamento simile.

Ci si aspetta, anche in modo incosciente, che nello stesso nucleo familiare debba esistere una armonia esplicita, una somiglianza non solo fisica. La nostra personalità non viene trasmessa geneticamente al 100%. I figli non vengono riprodotti in uno stampo.

La personalità è dinamica, e si costruisce giorno dopo giorno, anche oltre il nucleo familiare. È proprio lì che, a volte, possono comparire le prime delusioni, gli scontri.

È vero che l’ideale di famiglia è, giustamente, quello di unità, amore e rispetto. Altrettanto vero è che non sempre esistono questi presupposti, ed è proprio in questo caso che bisognerebbe impostare una certa distanza. Il sangue ci rende parenti, ma è la lealtà a trasformarci in una famiglia.

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